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Il Trattamento non farmacologico


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 Il Trattamento non farmacologico

La malattia di Alzheimer (AD) è una grave patologia cronica e degenerativa del sistema nervoso centrale, che si manifesta in genere alle soglie della terza età e le cui cause non sono a tutt'oggi conosciute. Le cellule del cervello, i neuroni, perdono la capacità di comunicare tra di loro e il cervello subisce progressivamente un atrofizzazione della sua struttura. La sintomatologia, caratterizzata da un deterioramento mentale  progressivo e irreversibile,  si manifesta con il declino delle funzioni cognitive superiori (memoria, orientamento, linguaggio, ragionamento) ed è spesso accompagnata dalla comparsa di sintomi psichici e alterazioni del comportamento che interferiscono  e compromettono l'autonomia e l'autosufficienza dell'individuo, rendendolo a vario titolo dipendente dagli altri.  Il paziente spesso dimentica le cose, pone continuamente le stesse domande, diventa più taciturno e tende ad isolarsi, appare disorientato nel tempo e nello spazio. Cosa fare? Per prima cosa occorre contattare il medico di famiglia. Per il rapporto continuativo e diretto con i propri assistiti e le loro famiglie, il medico di famiglia riveste, infatti, un ruolo fondamentale ai fini dell’identificazione delle persone con sospetta demenza. Sarà questi, qualora i sospetti risultassero fondati, ad indirizzare presso i servizi territoriali (UVA) preposti alla diagnosi e al trattamento. Una volta diagnosticata la demenza, due sono i tipi di intervento che, associati,  possono rallentare efficacemente il deterioramento cerebrale. L'intervento farmacologico e l'intervento non farmacologico e nello specifico, la stimolazione cognitiva. Questa persegue obiettivi precisi. Infatti, mentre la demenza è una malattia progressiva e cronica che,  pian piano, aggredisce il cervello privando il paziente delle capacità cognitive fondamentali (memoria, linguaggio, ragionamento), la stimolazione cognitiva ha l'obiettivo di mantenere queste funzioni più a lungo possibile. Non si tratta però di effettuare esercizi di allenamento della memoria, bensì di strutturare un progetto di stimolazione “personalizzato”, in quanto il deterioramento cognitivo non si presenta in tutti i soggetti con le stesse caratteristiche e con lo stesso livello di gravità. Pertanto, in prima battuta occorreconoscere il livello di funzionamento cognitivo complessivo e specifico del paziente, e poi modulare la proposta di attività, in modo da utilizzare le capacità ancora sufficientemente conservate.Inoltre, è importante che le attività favoriscano una sana autostima e promuovano il mantenimento di una buona immagine personale. Gli esercizi proposti saranno sceltiin modo da assecondare predisposizioni, attitudini, gusti e passioni del paziente. Solitamente si scelgono pochi esercizi, non troppo difficili, cercando i momenti e i modi per favorire il giusto coinvolgimento e rinforzando positivamente gli sforzi compiuti. La stimolazione cognitiva si configura quindi come un’attività specifica, da non confondere con qualsiasi tipo di proposta occupazionale o ricreativa.

Per chi è utile? La stimolazione cognitiva di solito  è utile per quei pazienti che si trovano nella fase iniziale della malattia. Non dimentichiamo, infatti, che l'obiettivo è quello di rallentare il decorso, comunque irreversibile, della demenza. E' altresì utile per quei pazienti giovani o adulti, che in seguito ad un ictus o ad un trauma cranico subito in seguito ad infortunio sul lavoro o ad incidente stradale, hanno la necessità di reinserirsi nel proprio  contesto sociale e/o  lavorativo .

La valutazione dell'efficacia del trattamento riabilitativo, nell’attività clinica svolta con i pazienti affetti da ictus e/o da demenza, ha dimostrato il ruolo protettivo della stimolazione cognitiva nei pazienti anziani. In particolare gli interventi orientati alla stimolazione della memoria si sono rivelati efficaci nel migliorare e mantenere le risorse mnesiche residue e nell'ottimizzare i sistemi di memoria preservati, garantendo la migliore qualità di vita possibile.  Si è anche osservato una sensibile riduzione della depressione, che spesso caratterizza le persone di fronte al progressivo peggioramento delle proprie capacità cognitive.

 

Dr. Massimiliano Curatolo

Psicologo, esperto  in valutazione cognitiva e riabilitazione neuropsicologica dell'adulto

(Università di Torino)

mail mascur@libero.it


Scritto il 12/02/2012 alle 21.13 da Massimiliano Curatolo

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