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La Damnation de Faust apre la stagione al Massimo di Palermo


La stagione del Teatro Massimo di Palermo si apre sempre con qualche novità
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La Damnation de Faust apre la stagione al Massimo di Palermo

Qualche opera trattata in maniera particolare, con dei ripescaggi che mirano a lustrare vivacità un poco opacizzate dal tempo, allestimenti curati da grandi nomi e tributi musicali che si sposano con la fama di interpreti particolari. Crediamo che alla luce di tutti questi elementi sia nata e si sia concretizzata la scelta de “La damnation de Faust” di quel grande musicista ottocentesco che è Hector Berlioz. Certo il presentarsi con un capolavoro che il tempo ha un po’ messo da parte, preferendogli, come vicenda e come musica, i successivi “Faust” di Gounod e “Mefistofele” di Boito, è stata senz’altro un’audacia. Bisogna considerare, infatti, che questo melodramma, se così può chiamarsi, prende le mosse da quella “cotta” artistica che Berlioz ebbe per il dramma di Goethe e che lo spinse, ancor giovanissimo, a comporre e pubblicare le “Otto scene del Faust”nel 1829. Le musiche di queste scene mostrano, infatti, un Berlioz appassionato e visionario, alla ricerca di nuove sonorità e strade che potessero arricchire il solco romantico da cui egli era partito per sprigionare non solo audacie timbriche e narrative ma anche fascini che avrebbero dovuto superare le mura di un tempo limitato e afferire a una vita che varcasse le strettoie di mode e limiti storico-artistici. Fu solo nel 1846 che l’autore diede un’organicità alla leggenda del vecchio scienziato trasgressore e che, attraverso le immagini e le articolazioni di una vicenda assurta a mito, connotò in maniera affatto originale il famoso triangolo Margherita–Faust–Mefistofele su cui ruota il caleidoscopio artistico. Orbene sull’infame patto dell’eterna giovinezza e dei godimenti terreni in cambio dell’anima ruota anche l’opera che abbiamo visto. Ma ciò che ci è apparso molto discutibile, al di là dei trionfalismi e delle enfatizzazioni del Massimo, è stata proprio la messinscena. E’ vero, la parte musicale, specialmente nel primo e secondo atto, alterna marce, cori ma anche monologhi fatti di una poesia un po’ troppo contemplativa che da sola non regge all’impatto con la scena. Occorreva quindi fornire fin dal principio un colpo d’ala che solleticasse e sollecitasse l’attenzione del pubblico.Il regista Terry Gilliam, impegnato per la prima volta nell’opera lirica, dopo successi cinematografici e televisivi, ha voluto pertanto dare uno scossone a tutta la tessitura drammatica dello spettacolo. Piuttosto discutibile, infatti, ci è apparsa la sua scelta, di inventare ogni nequizia, elaborata dal demonio Mefistolfele nei confronti della candida Margherita e di Faust, nella solita Germania nazista. In tal modo Mefistofele diventa un gerarca, le diavolerie dei demoni diventano soprusi e angherie naziste e la povera, indifesa Margherita diventa perseguitata e mandata nei campi di sterminio perché ebrea! E quando si chiede a Mefistofele perché la giovane fanciulla è stata condannata, il cattivo creato da Gilliam risponde: “Per la sua razza”. Troppo facile, forse perfino ovvio. Il cast artistico, comunque, era splendido. Gianluca Terranova è stato un ottimo Faust dalla voce suadente e squillante; Lucio Gallo, baritono che ha coniugato una voce di spessore con pregevoli doti attoriali, è stato un efficace Mefistofele mentre con il bieco Brander Enrico Iori si è mostrato artista di talento. Un po’ opaca e statica la Margherita di Anke Vondung. La direzione di Roberto Abbado avrebbe dovuto, a nostro avviso, essere più variegata e compatta eliminando qualche sbavatura e qualche malinteso con il palcoscenico. Originali le scene, fra cui apprezziamo il significativo cubo di Kubrik dentro il quale si dibatteva Faust. Ottimi i mimi, sempre di qualità il coro. Pubblico piuttosto diviso.


Scritto il 30/01/2012 alle 00.02 da Antonio Giordano

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