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Finalmente il Teatro


Antonio Giordano – Attori, Attoricchi e Cannavazzi
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Finalmente il Teatro

insolita e non perché la materia trattata sia non appetibile da parte di attori e aspiranti attori che, con diversi gradi di conoscenza e competenza affrontano il palcoscenico, ma perché tecniche, suggerimenti, percorsi didattici e modernizzazioni costituiscono il nerbo di questo libro che ci appare scritto in modo sciolto, moderno, senza peli sulla lingua. L’autore è piuttosto conosciuto, non solo in campo locale, per avere insegnato anche didattica in prestigiose scuole teatrali. Giunto ad una ragguardevole età, Giordano ha pensato bene di mettere per iscritto le sue esperienze, le sue sperimentazioni, quanto gli è stato insegnato dal grande Orazio Costa, quanto è stato condiviso con teatranti del livello di Glauco Mauri, Andrea Camilleri, Giulio Bosetti, Valeria Moriconi e perfino Bukoskij, al fine di lasciare un segno, una guida agli allievi che ancora gli richiedono una formazione che egli non nega a chi è veramente dotato. Nel primo capitolo del suo libro, infatti, Giordano taglia corto su propensioni e passioni più o meno durature di giovani apprendisti. Indicativa appare la sua trattazione del “talento” condizione indispensabile per intraprendere studi di teatro. Dopo averne spiegato contenuti ed esplicitazioni, l’autore passa alle fatiche della didattica vera e propria, scandendo nei paragrafi successivi e anche nel capitolo seguente, strategie, esercizi, innovazioni nell’ambito di una didattica formativa. Respirazione, uso del corpo, fraseggio, controlli ed emissioni sono visti in un contesto di struttura apparentemente facile. Giordano chiama “animus” la sensibilità del soggetto–attore che egli deve coniugare con i codici espressivi in modo che da questo missaggio si sprigioni quella comunicazione che, giungendo al pubblico in maniera corretta e senza volgari incrostazioni, ne solleciti la sensibilità. Si tratta di pagine molte dense in cui, dopo avere inferto alcune bacchettate alle facilonerie di didatti improvvisati, dopo aver condannato l’uso indiscriminato e spesso maldestro del metodo Stanislaskij o di quello Lecoq, l’autore si addentra nello studio delle sensibilità individuali da una parte e nelle tecniche espressive dall’altra, applicando metodologie di considerevole spessore, alcune delle quali molto innovative. Fra esse emerge, a nostro avviso, un’accattivante, pur non facile, esposizione-esercitazione del metodo metasemantico che Giordano usa come esercizio atto a individuare, connotare e applicare la composizione soggettiva e oggettiva del messaggio in modo corretto e non dispersivo. Per quanto riguarda il cosiddetto teatro di “repertorio”, dai classici ai contemporanei, l’autore si addentra nelle peculiarità interpretative di passati capolavori o meno, riproposti da attori moderni ma che esigono adeguamenti necessari e strategie attoriali proficue per evitare l’effetto “reperto archeologico”. Un paragrafo gustosissimo si intitola “L’onor di firma”. In esso Giordano fa una satira corrosiva di alcune opere teatrali scritte da “grandi” che di teatro s’intendevano poco ma che proprio per la grandezza in altri campi dei loro autori, continuano ad essere rappresentate con piccole, stanche aggiunte ma con una teatralità frusta e superata. E fra queste sono incluse opere di Machiavelli, Giordano Bruno, perfino di Mario Luzi. Coerente con le sue origini l’autore passa poi ad una didattica quasi tridimensionale del teatro moderno e di avanguardia, indicandone metodologie, scansioni, apparati e squisite peculiarità attoriali, sia singole che di gruppo, scolpendo i tratti di una recitazione che, abbandonati i vecchi schemi della tradizione, si articola attraverso tecniche rivoluzionarie, proponendo al lettore–discente nuove strategie interpretative, alla luce anche di sue esperienze e di conoscenze personali con i Grandi dell’Avanguardia. E qui egli argomenta attraverso esempi pratici che, basati su proprie esperienze e su una lunga attività di critico teatrale, prendono in esame il teatro brechtiano e la sua realizzazione, quello biomeccanico, quello delle neoavanguardie degli anni ’60, fino a quello più attuale. L’autore usa un metodo particolare, scegliendo per ogni genere una o alcune pièces viste dal di dentro attraverso pratiche e moderne realizzazioni a cui egli stesso ha partecipato. Segue un necessario capitolo sui comportamenti. In effetti l’attore deve rispettare un certo “bon ton”, un adeguato, sobrio cerimoniale sia sul palcoscenico che al di fuori. Alcuni suggerimenti sono inseriti sullo stile di vita. Per quanto riguarda la dizione se ne sconsiglia l’uso sistematico a favore di una pratica continua e controllata ed è con i fini del “controllo” che Giordano scrive un’appendice sulla dizione, quale essa gli fu insegnata da quel grande giornalista ed esperto che fu Enzo Aprea. Giordano si rivolge in prima persona al lettore e, senza pompose ambagi, come in una lunga conversazione, propone i diversi argomenti, sollecitando in tal modo la partecipazione interessata del fruitore. Bella la copertina di Riccardo Carollo che si riproduce qui, ottima la veste editoriale, stringata e di gusto.


Scritto il 29/01/2012 alle 23.56 da Dario Di Maggio

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